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Un momento importante per la pittrice Marcela Vrzalovà, che dopo aver visto nascere
e consolidare il suo spessore artistico in Cecoslovacchia e precisamente a Brno, dove è
nata ed ha intrapreso il suo lungo viaggio, attraverso il mondo dell’arte, grazie al
Prof. Bohdan Lacina, ora quasi come un itinerario obbligato nel mondo dell’arte, approda per la
prima volta con una mostra a Ravenna.
Il suo carattere internazionale, il suo continuo desiderio di assaporare nuove
esperienze e sensazioni, l’hanno portata ad intraprendere una ricerca che l’ha condotta in
molti paesi dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa.
La sua arte respira un’aria di libertà, una voglia di serenità che ha visto concretizzarsi in
più di cento mostre personali in Cecoslovacchia ed in altrettante manifestazioni in
Europa.
Ha aderito a mostre collettive nelle quali illustri artisti dell’arte contemporanea
mondiale si sono confrontati, come James Rosenquist, Jonsson Ben, Audoux Gillex,
Robert Freimark, Errol Devis e numerosissimi altri.
L’Egitto, Tokyo, Monte Carlo e New York hanno accolto le opere ed i sapori di un mondo
lontano come quello di Marcela, capace come pochi di riuscire a suscitare in noi
sentimenti dimenticati come la spensieratezza e la quiete.
Le creazioni di Marcela, seguono due dimensioni e realtà differenti, capaci di segnare in una stessa identità
fisica un differente percorso evolutivo che vede, da un lato il concretizzarsi di un mondo
libero ed istintivo nelle opere in tessuto, mentre dall’altro lato nei soggetti dei quadri si ritrova
la voglia di una dimensione reale, concreta e tangibile.
I dipinti di Marcela si presentano come una riproduzione onirico-figurativa della sua
terra natia,nel contempo filtrata e spogliata delle consuete banalità, acquistando così,
una dimensione internazionale.
Sono i colori la parola e la dimensione delle opere di Marcela, che in spaccati di
centri o piccoli borghi abitativi, dove le case col tetto a guglia o estremamente
angolato, si contrappongono e si equilibrano con le chiome tondeggianti degli alberi,
danno una vitalità ed una vivacità che proietta le dimensioni abitative al di fuori della quiete e dell’afonia
che sembrano regnare nei dipinti.
Ogni opera presenta uno stato d’animo, una sensazione che Marcela ha vissuto come persona, donna e
artista, nella sua intimità, al di fuori della vita che la circonda, dando origine ad una
produzione di opere che vedono la mancanza dell’uomo e di qualsiasi figura vivente,
mantenendo ben presenti invece i luoghi del vivere umano, quasi a voler instaurare un
rapporto con le creazioni e non con gli ideatori di quel mondo.
Le case piccole, ma estremamente dignitose, integre, non abbandonate, chiudono le
loro porte o i loro portoni con l’esterno, mantenendo come unico linguaggio e
contatto i colori, come l’arancione, il rosso mattone e il bianco candido, e le piccole
finestre, strette, quasi ombelichi sulle facciate, attraverso le quali Marcela sembra voler
far filtrare quella voglia di rompere e scardinare l’ermetismo sociale della nostra civiltà.
La ricerca del particolare, la cura dei tetti e dei camini, la purezza dell’atmosfera, sembrano
voler immortalare le varie situazioni sul nascere di una nuova realtà, di un nuovo mondo, preciso
e perfetto a tal punto da non sembrare possibile e vero, in grado di confondere sogno e
verità, mentre i notturni e i cieli sfumano con tonalità chiare dietro le case.
Le abitazioni sono raffigurate estremamente ravvicinate quasi ci fosse un filo di
continuità le une con le altre, a voler significare un bisogno di legame, di contatto, di
incontro, di sostegno e di unione.
Le colline in lontananza sembrano prolungare l’alternarsi dei tetti in un eco, mentre i
moltissimi comignoli, ora alti, ora bassi, sembrano confrontarsi e affrontare gli
alberi e le varie strutture verticali.
Un modo di interpretare la realtà, mantenendo dei legami ben stretti con il terreno,
ma immergendola in un’atmosfera e in una sensibilità metafisica, senza che questa prenda il sopravvento,
consentendole di dare una dimensione di unicità alle opere di Marcela Vrzalovà.
Michele Casadio Jr
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Un gradito ritorno alla Galleria “Art Studio EM”: sarà inaugurata la personale
della pittrice Marcela Vrzalovà, originaria di Brno (Repubblica Ceca) ma da tempo operante
a Ravenna.
Con una ricca selezione di opere recentissime, l'artista propone in immagini figurali l’oggettivazione
di una creatività coinvolgente e netta, plasmata dalle pregnanti dichiarazioni naturali e
architettoniche soprattutto della sua terra.
Gruppi di case assiepate in silenziosa monade a formare quasi borghi fortificati vengono
immersi nel velluto di paesaggi collinari, sintesi estreme dl panorami sedimentati nel ricordo.
Orfani di presenza umana, gli scorci di paese, in una nitida formulazione di
traslazioni oniriche, sembrano essere essi stessi testimonianze di vita o custodi della
celata dignità dell’essere.
Architetture nello spazio e dello spazio, le abitazioni vibrano della più segreta riservatezza
spirituale, per effondere, della loro essenza, soltanto l’armonia cromatica e segnica di
un’apparenza che preclude, nella serrata composizione, ogni esplorazione di
intimità.
In un’aura di metafisica sospensione temporale, la spazialità delle architetture
appare comunque ben ancorata alla sicurezza dell’elemento fisico più tangibile,
la terra, anche se sovente un sole-luna, un sole-vita configurato come colore-vita,
si mostra nella densità cromatica di un cielo che, invero, è espressione di elevazione
trascendente.
E gli alberi, nelle loro sintesi sferiche o coniche o nella nudità di incidenze di
rami, amplificano le geometrie delle case, divenendo sovente volumetriche espansioni di
velari di facciate.
I borghi agresti, definiti con incisiva precisione segnica e con cromie spesso intense e sempre
consonanti, rappresentano in fondo l’articolato macrocosmo dell’anima materializzato in un
microcosmo di natura che suggella in verità la calda e appartata dimensione dell’interiorità
umana, allorché esso si tinge di verità e di tensioni liriche.
Così gli orizzonti figurali sono vinti dal loro amalgamarsi al primo piano, dall’annullamento di un
lontano che procede in fusione strutturale con le linee spezzate o curve del tetti, dei camini o
con l'intrecciarsi di annosi fili elettrici, evocativi approdi a un divenire esistenziale in
fermento di memoria.
Questi paesaggi idealizzati della terra morava rappresentano fondamentalmente una
metafora interiorizzata di una natura in cui l’elemento cosmico appare nella poesia di
atmosfere notturne o nelle luminescenze enigmatiche di una solarità oscurata.
Un’atmosfera di malinconica suggestione avvolge il turgore di masse e volumi,
l’incedere di piani prospettici, la materializzazione del sogno e si fa tacita aspirazione di
storicizzazione di ambienti incisi nel corredo indelebile delle proprie radici.
Marcela Vrzalovà è artista che sulle valenze di una meditazione tecnico-operativa
di indiscutibile levatura esprime l’urgenza di una carica creativa dagli efficaci e calibrati
approdi stilistici, apprezzati dal pubblico, dalla critica e dalla stampa specializzata
in oltre cento mostre personali e in altrettante collettive tenute in circa trenta paesi del
mondo e in spazi anche prestigiosi.
Enzo Dall'Ara
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L’opera di Marcela è apparentemente di lettura immediata, la tecnica
tradizionale, i riferimenti si rincorrono nella quotidianità recondita
dell’artista di origine ceka. Basterebbero questi pochi e sicuri elementi per definirne le connotazioni.
Pittura di paesaggio. Ma il paesaggio di un pittore di oggi è ancora un paesaggio dell’infanzia, o un paesaggio
sognato? Ha forse gli stessi significati di un vedutista, vuole stupirci quando invece siamo
continuamente assediati da paesaggi ormai contraffatti e sempre più omologati,
spaesanti? Forse i paesaggi di Marcela sono un invito pressante, preciso, a riconsiderare un ordine
delle cose, un ordine dove ci siano valori da salvaguardare, tradizioni da comunicare, senza dovere per
forza considerare il passato come altro dalla contemporaneità, un bene collettivo che traspare da quelle
sue casupole a ridosso l’una dell’altra quasi a volersi proteggere, a sostenersi per crearsi via via in
villaggi, in comunità. Non è un messaggio (e chi ha più il coraggio e la voglia oggi di lanciare messaggi)
rasserenante né, tanto meno, nostalgico; forse è piuttosto un invito a riconsiderare i tempi
che ci impone la modernità, a valutare con maggiore partecipazione e preziosità le piccole sorprese del
quotidiano, ad apprezzare elementi di facile deperibilità eppure così preziosi ed
ineliminabili.
Così i quadri di Marcela si allontanano dalla malinconia di un deja vu per riflettere e farci riflettere
ironicamente sulla sensibilità di una percezione che sfugge, che si tormenta fin nei suoi intimi particolari e ci restituisce un mondo dove è ancora possibile
comunicare con un linguaggio definito, che racchiude significati che già conoscevamo, ma che avevamo, per un attimo,
dimenticato e che ora nei dipinti di Marcela riconosciamo al meno in parte anche come nostri.
Danilo Montanari
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L'arte della lana - Armonia estetica e valenze architettoniche: una
lavorazione nata nella Repubblica Ceca.
Due anni dopo la prima ed apprezzata mostra sull’Art Protis di
Marcela Vrzalovà, artista di origine ceca attualmente operante a Ravenna, viene
inaugurata oggi pomeriggio una sua nuova personale incentrata su opere realizzate
appunto con il procedimento tecnico dell’Art Protis. Questa forma di espressione artistica, nata
anni addietro nell’Istituto di ricerca laniera di Brno nella Repubblica Ceca, è ancora
disconosciuta nel nostro paese, poiché circoscritta geograficamente alla città in cui ha
avuto origine. Basata su un particolare tipo di “arazzo” eseguito totalmente con
tosoni di lana colorata, l’Art Protis si caratterizza sia per armonia estetica, sia per
valenze architettoniche, essendo fondata su elementi di arredamento che presentano
precipue qualità di isolamento acustico e termico. Insieme a coinvolgenti risultanze
cromatiche, essa effonde specificità fisiche che comportano positivi effetti psichici,
proprio perché capaci di donare amabilità e calore all’ambiente. La realizzazione avviene
per successive stratificazioni di tosoni di lana, strutturati in assonanza alla sensibilità
creativa dell’artista che, su substrati più compatti e cromaticamente più intensi,
interviene con aggiunte di brani a diverso spessore, fino ad inserti del tutto trasparenti.
Ciò genera opere a morbidi gradienti tonali diffusi in un impianto segnico che può
incedere verso connotati lessicali figurativi oppure astratti, secondo un amplissimo
ventaglio tematico. Marcela Vrzalovà, nota soprattutto come pittrice, si dedica all’Art
Protis fin dai primi anni ‘70: sue opere, presentate in circa 30 paesi nei vari continenti,
sono permanentemente ospitate in rinomati spazi pubblici e privati. I suoi “arazzi”, che
sottendono una tensione naturalistica di fondo, si presentano in equilibrate esplosioni
timbriche che amplificano il dominio di un linguaggio proiettato all’astrazione
informale. Le forme comunque suggeriscono talora ipotesi di figure che procedono
all’identificazione di intensi scorci paesaggistici, come un tramonto che declina in
notturno, oppure una veduta che suggerisce un silenzio invernale. Ma si possono
indovinare anche filiformi elementi vegetali, aspre stratigrafie litologiche, probabili abissi
marini a bioconcrezioni, oppure, in altre opere, si possono percepire le coinvolgenti
emozioni spirituali dilatate dall’eloquenza astratta. L’artista diffonde sovente una gamma
cromatica sobria e intimista, imperniata su gradazioni calde, a cui talora alterna
tonalità squillanti e radiose, non scevre di sfumature algide. La struttura ubbidisce a una
formulazione spesso alimentata da linee di forza che si originano e si irradiano da
aperture cromatiche e segniche centrali, per diffondersi in densità o in rarefazioni di luce.
Gli “arazzi” si configurano pertanto come autentiche e singolari espressioni d’arte
che avvalorano, secondo una tecnica non tradizionale, l’intero scibile dell’universo
figurale contemporaneo. Di questo sono ulteriore conferma alcuni dipinti che, quasi
miniature o studi preparatori, l’artista propone a compendio della mostra, poiché essi
presentano una strutturazione basata su valenze stilistiche e tematiche concordanti con le
risultanze dell’Art Protis.
Enzo Dall'Ara
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GLI ARAZZI DI MARCELA VRZALOVÀ:
SIMBOLOGIA DELLA NATURA, SIMBOLOGIA DELL’ANIMA
La poliedrica sensibilità artistica della pittrice Marcela
Vrzalovà, libera da costretti confini espressivi
e proiettata in orizzonti di indagine oltre i limiti del percettivo, spande un’intensa
vis creativa anche in ambiti di ricerca ignoti nel panorama delle arti visive
italiane.
Infatti l’artista di origine ceca, che dalla natura trae linfa immaginativa e semantica permeando i dipinti
di un’aura lirica fluente in una figurazione onirica della realtà, si rivela essere anche raffinata interprete di
un’arte ad arazzo tipica della sua terra: l’Art Protis.
L’arazzo, infatti, che nel tempo e nello spazio è stato realizzato secondo tecniche esecutive e assiomi
iconografici assai diversi, nella regione morava di Brno ha trovato nella lana la sorgente fattiva di una peculiare
forma estetica.
Marcela Vrzalovà, sapiente conoscitrice dei metodi di lavorazione e delle valenze effettuali di
tale forma d’arte, ne eleva i contenuti lessicali in lievitazioni astratto-informali, animate di accesi e
interagenti cromatismi.
I suoi arazzi necessitano di una lettura assai intimista, scavata nelle trame di una
tessitura coloristica e compositiva densa di vibrazioni tattili e di accensioni tonali che dell’essenza della
natura spandono effluvi di onde timbriche a cromie calde e avvolgenti.
Le opere, esornativi pannelli interattivi con le architetture spaziali, affondano radici
in una ricca cultura che disvela sempre interessanti abbrivi psicologici.
La magia delle opere è fondamentalmente riflesso speculare dello stupore emergente da brani di
paesaggio, da scorci di infinità cosmiche, da tarsie dello spirito, da lacerti di memoria.
In tale ottica, la cifra vibratile e sonora delle campiture cromatiche, divenendo soglia di colloquio con
la propria interiorità, si schiude su aperture trascendenti di luce che accolgono i fremiti di un’anelata
speranza di quiete.
Il lessico informale, vivido di impulsi gestuali dell’inconscio, penetra infatti con pulsanti radiazioni
tonali nella sfera immanente dell’io e ne esplora gli anfratti più celati.
E, in risonanza, il pathos dell’essenza urge alle porte della conoscenza.
Enzo Dall'Ara
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